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Formazione Professionale

Apprendimento adulto, AI e nuove possibilità: una riflessione a partire da EPALE

14 settembre 2026 · Rosalba Fiore

Rosalba Fiore in stile sketchnote con riferimenti ad apprendimento adulto, AI e nuove possibilità

Il 24 agosto EPALE, la piattaforma europea dedicata all’apprendimento degli adulti, ha pubblicato un mio contributo dal titolo Learning as a Way Back to Possibility.

EPALE è la piattaforma europea rivolta ai professionisti e alle organizzazioni che si occupano di educazione e formazione degli adulti. È uno spazio di confronto promosso a livello europeo in cui vengono condivise esperienze, pratiche e riflessioni sui temi dell’adult learning, delle competenze e dell’apprendimento permanente. Essere ospitati in questo contesto significa quindi entrare in una conversazione più ampia su come la formazione possa accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita.

Non vorrei riprenderlo qui per raccontare la stessa storia con parole diverse. Mi interessa piuttosto partire da quella pubblicazione per andare un passo oltre.

Dopo vent’anni trascorsi nella formazione online, continuo a pensare che uno degli errori più frequenti sia considerare l’apprendimento adulto soprattutto come un problema di contenuti: quali competenze mancano, quale corso seguire, quale attestato ottenere, quale tecnologia utilizzare.

Sono domande importanti. Ma spesso arrivano dopo una domanda più profonda: una persona adulta sente ancora di poter cambiare qualcosa del proprio percorso?

È qui che, secondo me, adult learning, lifelong learning, intelligenza artificiale e sostenibilità cominciano davvero a incontrarsi.

 

Tornare ad apprendere non significa tornare indietro

Un adulto non ricomincia mai da zero.

Quando torna a studiare porta con sé competenze professionali, esperienze, responsabilità, errori, abitudini, vincoli di tempo e, qualche volta, anche ricordi poco felici legati alla scuola o allo studio.

Nel contributo pubblicato da EPALE ho affrontato proprio questo aspetto: dietro una domanda pratica come “Posso studiare mentre lavoro?” oppure “Sarà troppo difficile per me?” può esserci il dubbio di essere ormai fuori tempo. Tornare a imparare può allora diventare qualcosa di più dell’acquisizione di una nuova competenza: può restituire la percezione di essere ancora capaci di agire sulla propria vita.

Per questo preferisco non parlare di formazione adulta come di una semplice “seconda possibilità”. L’espressione rischia di suggerire che ne esistesse una prima, corretta e lineare, che la persona avrebbe perso.

Le biografie reali funzionano raramente così.

Si interrompono studi, cambiano lavori, arrivano figli, responsabilità familiari, crisi aziendali, malattie, trasferimenti, nuove tecnologie. Una competenza diventa obsoleta. Un ruolo che sembrava stabile non lo è più. Un interesse rimasto fermo per anni torna improvvisamente rilevante.

Il lifelong learning parte da questa realtà: imparare non è una fase preliminare alla vita adulta, ma una capacità che continua ad accompagnarla.

Non a caso l'Unione europea considera l'apprendimento degli adulti una priorità per il periodo 2021-2030 e collega esplicitamente il lifelong learning alle transizioni digitale e verde, alla capacità di aggiornare competenze e alla partecipazione sociale e professionale.

 

Dalla competenza all’agency

C’è una parola che trovo particolarmente utile in questo contesto: agency.

Non significa pensare che ciascuno possa ottenere qualsiasi risultato semplicemente desiderandolo. Il lavoro, la formazione e le transizioni professionali dipendono anche da condizioni economiche, sociali, familiari e organizzative che non possiamo ignorare.

Agency significa qualcosa di più concreto: percepire di avere ancora margini di azione, comprendere le alternative e poter prendere decisioni informate.

Una nuova competenza può contribuire a questo processo.

Imparare a utilizzare meglio i dati può modificare il modo in cui una persona svolge il proprio lavoro. Recuperare un percorso universitario interrotto può aprire alternative prima escluse. Acquisire una competenza digitale può ridurre la dipendenza da altri. Riuscire a completare una formazione dopo molti anni può cambiare anche il modo in cui ci si presenta a un colloquio o si valuta una nuova posizione.

Non perché il corso garantisca il risultato finale, ma perché aumenta le possibilità che la persona è in grado di vedere e, in alcuni casi, di utilizzare.

È una distinzione importante. La buona formazione non dovrebbe promettere un futuro; dovrebbe aumentare la capacità di costruirlo.

 

Vent’anni di formazione online hanno cambiato la tecnologia. Molto meno i bisogni delle persone

FioreRosalba.com nasce nel 2006. In questi vent’anni sono cambiate piattaforme, connessioni, dispositivi, modalità di fruizione e aspettative verso la formazione digitale. Nel tempo sono arrivati nuovi strumenti di orientamento e, più recentemente, supporti basati sull'intelligenza artificiale.

È cambiata soprattutto la facilità con cui possiamo distribuire informazioni.

Ed è proprio questo che rende oggi evidente un punto: rendere disponibile un contenuto non equivale a rendere possibile l’apprendimento.

Possiamo mettere online migliaia di lezioni, documenti, video e risorse. Ma una persona adulta deve comunque capire da dove iniziare, che cosa è davvero pertinente rispetto al proprio obiettivo, quanto tempo può dedicare allo studio, quali conoscenze possiede già e come verificare se sta realmente imparando.

Dopo vent’anni, considero questa distinzione ancora più importante di prima.

La tecnologia ha progressivamente ridotto molti ostacoli all’accesso. La sfida successiva consiste nel ridurre gli ostacoli alla comprensione, alla continuità e alla capacità di applicare ciò che si è appreso.

Ed è esattamente qui che l’intelligenza artificiale può essere interessante.

 

L’AI può personalizzare l’apprendimento, ma personalizzare non significa soltanto generare contenuti

Quando si parla di AI applicata alla formazione, l’attenzione si concentra spesso sulla capacità di creare rapidamente testi, quiz, riassunti, presentazioni o esercizi.

Sono utilizzi reali dell’intelligenza artificiale applicata alla formazione, ma rappresentano soltanto una parte del problema.

Un sistema intelligente può diventare molto più utile se contribuisce, per esempio, a riconoscere conoscenze già presenti, suggerire approfondimenti coerenti con una difficoltà, offrire spiegazioni con livelli diversi di complessità, permettere di formulare domande senza il timore di essere giudicati, sostenere la revisione di ciò che si è studiato o aiutare a organizzare un percorso compatibile con il tempo effettivamente disponibile.

In questo senso, personalizzare non significa semplicemente produrre una versione diversa dello stesso contenuto.

Significa ridurre la distanza tra il percorso formativo e la situazione concreta della persona.

Ma esiste anche il rischio opposto: rendere tutto talmente facile, immediato e delegabile da indebolire proprio l’apprendimento che vorremmo migliorare.

L’OECD Digital Education Outlook 2026 evidenzia una distinzione molto utile: ottenere risultati migliori in un compito grazie a uno strumento di AI generativa non significa automaticamente avere imparato di più. Le evidenze considerate dall’OECD indicano risultati più promettenti quando l’AI viene utilizzata con un preciso intento pedagogico, invece di diventare una scorciatoia per delegare lo sforzo cognitivo.

Per me è un criterio fondamentale.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quante cose può fare l’AI al posto dello studente?”

Dovremmo chiederci anche: “Quali cose può aiutarlo a fare meglio da sé?”

 

Un’AI educativa deve aumentare l’autonomia, non creare una nuova dipendenza

Se l’obiettivo dell’apprendimento adulto è aumentare agency e capacità di scelta, allora anche l’AI dovrebbe essere valutata con lo stesso criterio.

Un buon supporto non rende la persona progressivamente dipendente dal sistema. Dovrebbe aiutarla a formulare domande migliori, riconoscere ciò che non sa, controllare le fonti, esercitarsi, prendere decisioni e trasferire ciò che ha imparato fuori dalla piattaforma.

È una visione coerente con l’approccio human-centred richiamato anche dall’UNESCO per l’impiego dell’intelligenza artificiale generativa nell’educazione: tecnologia e innovazione hanno valore quando restano subordinate a obiettivi educativi, equità, sicurezza e sviluppo delle capacità umane.

Per l’adult learning questo principio è particolarmente importante.

Un adulto dispone spesso di poco tempo e di molte responsabilità. Ridurre attività inutilmente ripetitive può essere prezioso. Ricevere un aiuto quando serve può evitare l’abbandono. Avere spiegazioni adattate al proprio livello può rendere accessibile un tema che sembrava troppo distante.

Ma efficienza e apprendimento non sono sinonimi.

Una formazione efficace deve sapere dove semplificare e dove, invece, lasciare alla persona il lavoro necessario per comprendere, ragionare, provare e sbagliare.

 

Che cosa significa allora formazione sostenibile?

Il 17 settembre parteciperò a Napoli al Forum Innovazione & Sostenibilità 2026, nel tavolo “AI e sostenibilità: costo energetico, efficienza e impatto reale”.

Il programma pone una questione molto concreta: l’intelligenza artificiale richiede risorse e infrastrutture, ma può contemporaneamente contribuire a ridurre inefficienze e migliorare processi. La domanda proposta dal tavolo è quindi a quali condizioni il beneficio generato dall’AI possa risultare superiore al suo costo.

È una domanda che, con le dovute differenze, trovo utile anche per la formazione.

La sostenibilità dell’apprendimento non riguarda soltanto l’infrastruttura tecnologica. Riguarda anche il tempo delle persone, l’attenzione, l’accessibilità, la continuità dei percorsi e la capacità delle organizzazioni di utilizzare bene le proprie risorse formative.

Un percorso che richiede a un lavoratore ore di attività ridondanti non è sostenibile solo perché avviene online.

Un sistema che produce cento contenuti quando ne servirebbero dieci ben progettati non diventa migliore perché utilizza l’intelligenza artificiale.

Un tutor virtuale che risponde immediatamente a qualsiasi domanda può essere utile; lo è molto meno se abitua la persona a non verificare, non ricordare e non ragionare.

Per questo credo che la sostenibilità digitale debba essere valutata almeno anche sul piano educativo: quanto valore formativo produciamo rispetto al tempo, all’attenzione e alle risorse che chiediamo alle persone?

 

Dalla tecnologia al metodo

È anche da queste domande che negli anni abbiamo organizzato il nostro approccio all’orientamento e allo studio nel metodo YesUni Pro™.

Non considero il metodo una risposta tecnologica. Al contrario, la sua logica parte dalla persona: situazione iniziale, obiettivo, vincoli, scelta del percorso, piano e successive revisioni. Gli strumenti possono cambiare; la necessità di capire dove si vuole andare e perché rimane.

L’intelligenza artificiale può quindi entrare in questo processo quando riduce attrito, migliora l’accesso alle informazioni o rende più utile il supporto. Non deve diventare il centro del percorso.

Il centro resta l’apprendimento.

E, soprattutto nell’età adulta, l’apprendimento resta legato a una biografia, a un contesto professionale e a scelte che nessun algoritmo dovrebbe compiere al posto della persona.

Il lifelong learning non è accumulare corsi

Forse una delle conseguenze più interessanti dell’AI sarà costringerci a precisare meglio cosa intendiamo per lifelong learning.

Se produrre e reperire informazioni diventa sempre più facile, non possiamo misurare l’apprendimento permanente contando soltanto corsi frequentati, ore di video viste o documenti consultati.

Diventano più importanti altre capacità: riconoscere ciò che serve, collegare conoscenze nuove a quelle già possedute, distinguere fonti affidabili da risposte plausibili ma fragili, aggiornare le proprie competenze senza inseguire ogni novità e trasformare ciò che si impara in decisioni e comportamenti.

Per un adulto, continuare a imparare non significa restare perennemente studente.

Significa non perdere la possibilità di diventarlo di nuovo quando serve.

È questo il punto che vorrei conservare dal contributo pubblicato su EPALE e portare nella riflessione sull’intelligenza artificiale.

La tecnologia può aumentare enormemente la quantità di informazioni disponibili e la velocità con cui possiamo elaborarle. La sfida educativa è capire se riuscirà anche ad aumentare la capacità delle persone di comprenderle, utilizzarle e scegliere con maggiore autonomia.

La domanda, quindi, non è soltanto quanto l’AI possa rendere più efficiente la formazione adulta. È: come possiamo usarla per migliorare davvero la qualità dell’apprendimento senza sottrarre alla persona proprio quella capacità di pensare, scegliere e agire che l’apprendimento dovrebbe rafforzare?

Leggi il contributo originale “Rosalba Fiore: Learning as a Way Back to Possibility” su EPALE

Rosalba Fiore nell’ufficio di FioreRosalba.com

L'autrice

Rosalba Fiore

Imprenditrice EdTech e fondatrice di FioreRosalba.com.

Dal 2006 aiuta persone e aziende a crescere con corsi online certificati, flessibili e subito disponibili.

Doppia laurea in Matematica e in Ingegneria Industriale Indirizzo Gestionale, con formazione alla Harvard Business School Online. CTU del Tribunale e Perito ed Esperto per la formazione del personale della Camera di Commercio.

«Credo che la formazione possa davvero cambiare le carriere, quando unisce innovazione e metodo.»

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